[INTERVISTA] A scuola di regia "Trek" con Jonathan Frakes |   TG TREK - Star Trek News Italia  

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venerdì 6 luglio 2018

[INTERVISTA] A scuola di regia "Trek" con Jonathan Frakes

Discovery, Intervista, Jonathan Frakes, The Next Generation, TNG, TG TREK Star Trek News Novità Notizie

Se parliamo di attori/registi in Star Trek, il nome più importante della lista è senza alcun dubbio quello di Jonathan Frakes, il primo allievo della scuola di regia non ufficiale fondata da Rick Berman ai tempi di The Next Generation che ha fatto da apripista per molti suoi colleghi.

Frakes ha diretto ben 15 episodi della saga, spaziando fra The Next Generation, Deep Space Nine, Voyager, Discovery e lasciando il segno anche sul grande schermo con Star Trek: Primo contatto e Star Trek: L'Insurrezione

Ora che questo "allievo prodigio" è da poco tornato dietro la cinepresa per girare il secondo episodio della nuova stagione di Discovery (esperienza che ripeterà anche con la decima puntata), il sito ufficiale StarTrek.Com ha ben pensato di intervistarlo per conoscere meglio il suo punto di vista sulla sua carriera di regista Trek e non solo.


Quando, di preciso, si è reso che le sarebbe piaciuto girare un episodio di TNG?

Credo molto presto, durante la prima stagione. Sono sempre stato attratto e incuriosito dal mondo della regia e mi capitava spesso di fare un salto ad osservare l'operato dei registi. Se sei un attore hai un sacco di tempo per fare dei pisolini; è la parte più bella di recitare per la TV, perché in realtà ti lascia del tempo libero. Per esempio, se dovevo recitare in una scena al mattino e in un'altra più avanti nel corso della giornata, arrivavo presto sul set, mi truccavano, mi vestivano e poi andavo a girare la prima scena. Quindi arrivava l'aiuto regista o qualcun altro e diceva: "Va bene, sai che c'è? Ci rivediamo fra qualche ora". Che per me significava: "Oh mio Dio, posso fare un pisolino, posso leggere, o posso controllare le e-mail."


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E-mail... nel 1980?

Oh sì, hai ragione. Niente e-mail allora, restiamo sui pisolini. Ma tornando a noi, se tra una scena e l'altra non avevo altro da fare, uscivo e andavo a vedere come procedevano i lavori sul set perché mi ha sempre incuriosito. Ero davvero un rompiscatole. Così, all'inizio della seconda stagione ho parlato con Rick [Berman] del mio interesse verso la regia; lui ha gettato gli occhi al cielo. Eravamo amici, oltre che compagni di lavoro, quindi mi fa: "Ma lo sai che devi studiare, giusto? Non sai niente di montaggio." Lui ha un passato da montatore nella serie Big Blue Marble, prima di essere un produttore. Quindi il primo passo, per me, è stato ottenere l'approvazione da parte di Berman e Bob… non ricordo il cognome.


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Justman?

No. Justman però è stato quello che mi ha insegnato una lezione che tengo cara ancora oggi. Mi ha detto: "Mai presentarsi sul set senza una lista delle riprese." Che è uno dei consigli più preziosi della vecchia scuola che mi abbia mai trasmesso. Sin dall'inizio si è comportato da custode, in un certo senso. Sai, il suo ruolo nella serie era di custodire e difendere l'originale, Roddenberry. Era un suo grandissimo sostenitore e avvocato - per così dire - oltre che un vero gentiluomo. Sapeva moltissime cose sulla produzione, perciò anch'io do sempre quel particolare consiglio a tutti i giovani registi che mi vogliono stare a sentire. Alcuni di loro non lo fanno, ti dicono "Oh, sai, penso che improvviserò".

Stron**te.


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Era forse l'altro Bob... Robert Lewin?

No, mi riferivo a quel Bob che stava in sala di montaggio. Ho trascorso qualcosa come 300 ore in sala di montaggio con vari montatori, nelle diverse fasi del lavoro. Ero con loro quando rivedevano le scene girate in giornata o quando seguivano le indicazioni del regista oppure passavo un po' di tempo insieme a Rick, mentre lavorava sulle versioni finali. Era un'esperienza che davvero ti apriva gli occhi perché, soprattutto in televisione, il concetto era quello di dire: "Questo è proprio il minimo indispensabile per mettere insieme una scena." C'è bisogno di una guida, si deve avere un tempo preciso di inizio e fine della scena e occorre che tutti, in quella scena, siano coinvolti in almeno una o due inquadrature, almeno tutti quelli che hanno delle battute. Se c'è tempo, bisogna anche girare delle inquadrature singole tutto attorno. La nostra serie era così: aveva una fotografia molto tradizionale, con pochi movimenti della camera, un sacco di primi piani, molte inquadrature di contorno. Erano elementi portanti della regia. Poi Rick, visto che gliel'ho chiesto, mi ha anche permesso di partecipare alle riunioni di preproduzione e persino ai casting. Mai veramente nulla che avesse a che fare con la costruzione della storia vera e propria, però. Quello è arrivato dopo per me, con Leverage e Librarians.

Così, mentre mi trovavo sul set per lavoro osservavo da vicino i registi. Quando non lavoravo, andavo alla Paramount per passare un po' di tempo in sala di montaggio, per la preproduzione o per assistere alla mia parte preferita, la registrazione delle colonne sonore. Dennis McCarthy era uno dei pochi che ancora si avvaleva di un'orchestra completa e - dato che sono stato un musicista - questa cosa mi piaceva un sacco ed è tornata nella mia esperienza con Jerry Goldsmith; per me, uno dei punti più alti nella produzione dei nostri film.

Un giorno non ero tanto in vena e ho detto a mia moglie, la bellissima e bravissima Genie Francis, "Sai cosa? Non mi va di mettermi in macchina anche oggi". In quel periodo abitavamo a Tarzana [località ad una trentina di chilometri da Los Angeles - N.d.t.], e lei mi fa "Sai cosa? Il minuto esatto che Rick capirà che non ti sei presentato, avrà la scusa per rinfacciarti che non sei veramente interessato alla regia." Così, ho messo il culo in macchina e anche quel giorno sono andato alla Paramount.


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Quindi è tutto merito di Genie se è diventato un regista?

Si, in un certo senso si. Inoltre, non vorrei sembrare fintamente modesto ma, si capiva che… ok, si sa, come minimo sono il secondo miglior attore di casa mia. Nella serie me la cavavo ma non ero certo sul podio insieme ai primi tre, se guardavi alle capacità attoriali dei membri del cast. E non so se avessi già capito consciamente o inconsciamente di essere stato scritturato come caratterista. Come ha detto una volta Leonard Nimoy, "E' meglio essere scritturato da caratterista che non essere scritturato affatto." Ma è una cosa evidente, lo si nota vedendo cosa è successo dopo la fine delle varie serie, dalla Serie Classica, alla nostra, Voyager, DS9, Enterprise. Fatta eccezione per Bakula [Scott, Archer in ENT], Patrick [Stewart, Picard in TNG], Bill [Shatner, Kirk nella TOS], Colm [Meaney, O'Brien in TNG/DS9], René [Auberjonois, Odo in DS9] e forse Kate [Mulgrew, Janeway in VOY], fino a un certo punto. Jeri Ryan [7 di 9 in VOY]. Sono proprio una manciata di persone quelle che non sono rimaste marchiate da Star Trek, no? Non so come lo definireste voi vedendolo da fuori, però… è sicuramente un'arma a doppio taglio.


Il misterioso Bob era forse... Robert Lederman?

Sì. Sì. Bob Lederman.


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Quando studiava da regista, quali concetti le sembravano particolarmente difficili da afferrare?

Decidere le dimensioni della lente da utilizzare era più difficile all'epoca, perché si girava su pellicola. Ora che si gira in digitale si possono letteralmente modificare le dimensioni della ripresa anche, credo, del 50%. Perciò, se viene troppo larga, si può restringere la ripresa in postproduzione. Se capitava di fare una ripresa troppo larga negli anni '80, perdevi l'opportunità di avere l'inquadratura giusta. Mi piacciono i campi lunghi al momento giusto, perciò ho imparato a realizzarli componendo la scena con una certa eleganza. Una delle cose che mi ha detto Ed Brown, il direttore della fotografia nella prima stagione, è stata: "Mai ripetere la ripresa di una scena, se puoi sistemare le cose in fase di montaggio." Questo mi ha incoraggiato a testare varie inquadrature. Adoro i profili, quindi cerco sempre di riprenderli. Si usava negli anni '50, il cosiddetto swingle (di cui sono un grande fan), dove la camera fa avanti e indietro fra due attori che stanno dialogando: una volta per mostrarli che parlano e la volta dopo per mostrare la loro reazione. Uso ancora quella tecnica.

Soprattutto all'inizio della carriera, quando stai cercando di ottenere i tuoi primi incarichi, è fondamentale non trovarsi mai da soli in sala di montaggio, o peggio ancora col produttore che arriva e comincia a cercare scene che non hai girato. Se arriva e chiede: "Beh, dove è il primo piano in questa scena?" il montatore deve poter rispondere: "Oh sì, non lo uso. È proprio qui." Questo è quello che deve succedere. Quello che non deve succedere è: "Be' dov'è il primo piano in questa scena?" "Oh, il regista non l'ha girato."


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Da quali registi ha imparato di più e perché?

Ho seguito Cliff Bole. Ho seguito Bob Scheerer. Ho seguito Rick Kolbe e ho seguito Corey Allen ma Corey non è rimasto con noi per molto, dopo l'episodio pilota. Mi ricordo che Corey stava girando un episodio. Era un set che rappresentava delle grotte. Solo grotte dalle pareti grigie. Lui stava seduto sulla sua sedia pieghevole e guardava la parete, poi si è girato di 45 gradi e ha cominciato ad osservare un'altra parete. Ed io pensavo dentro di me: "Ma che c***o sta guardando? Davvero vede differenze fra una parete e l'altra?" eppure, nel profondo del suo cuore, sono convinto che lui riuscisse sul serio a cogliere delle differenze. Più di ogni altra cosa, Corey mi ha proprio trasmesso la passione per questo mestiere.


Il suo primo episodio da regista è stato La figlia di Data. Quanto l'ha aiutata il fatto di poter contare su una bella sceneggiatura e che l'episodio, per la maggior parte, ruotasse attorno a due soli personaggi?

Sì, entrambe le cose hanno aiutato e mi hanno permesso di continuare. Sono un uomo fortunato e... benedetto. Quando lavori ad una serie TV episodica sei in balia di ciò che ti capita. Noi giravamo 26 episodi all'anno e non erano tutti capolavori. Qualcuno davvero brutto c'era eccome. Mi è capitato l'episodio La figlia di Data solo perché era quello in lista in quel momento. Avevo ricevuto il via libera per la mia prima regia solo durante l'episodio precedente, in modo da avere il tempo per prepararmi. Alla fine, con la forza della perseveranza, ero riuscito a sfiancare Rick e ad ottenere il suo ok. Eravamo circa alla metà della terza stagione, quindi avevo seguito da vicino tutti i lavori per quasi due anni, ormai. Pazientemente, costantemente. Il lato positivo è stato che mi ero preparato così tanto che l'azienda, per la maggior parte, era decisamente dalla mia parte ed era d'accordo nel darmi l'opportunità di girare un episodio. Dal dipartimento sonoro mi è stato fornito un megafono enorme che tutti hanno firmato, per augurarmi buona fortuna. Tutti gli attori mi prendevano per i fondelli sul set. Ma per tornare alla tua domanda: si trattava di girare un episodio su Data e direi che la media di battuta è già alta, se lui è il protagonista. In più la sceneggiatura è stata scritta da Rene Echevarria. E' stata la sua prima sceneggiatura ad essere accettata ed ha avuto un successo incredibile. Ho lavorato con lui anche in Castle, quando dirigeva lo show. Entrò a far parte del team di autori a tutti gli effetti: Brannon, Ron, per l'appunto Rene, Shankar, Coto… tutti nomi che continuano a contare in televisione.


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Quindi si trattava della prima volta sia per Rene sia per me, ed era un episodio su Data. C'era anche la magica Hallie Todd nei panni di Lal, che il primo giorno mi chiese: "Come dovrei interpretarla?" Le ho risposto: "Se dovessi farlo io, starei letteralmente ad osservare Brent che fa Data." Potevi quasi vedere la lampadina che le si illuminava sopra la testa. Ha seguito il consiglio alla lettera: tutti i suoi movimenti, i gesti, il linguaggio del corpo, i ritmi... penso siano stati direttamente influenzati da come Brent interpretava Data. Era coerente con la storia, perché Data ha costruito Lal a sua immagine (qualunque sia l'immagine che un androide ha di sé). Ma poi è anche un episodio con Whoopi e Whoopi aggiungeva sempre nuovi e meravigliosi elementi al nostro show. Ci è piaciuto averla con noi e ci piaceva stare sul set del bar di prora. L'episodio aveva un giusto equilibrio fra dramma e commedia ed è stato molto commovente, perché è un episodio che parla di famiglia. La gente prova sempre grandi sentimenti verso Data, che eppure è il personaggio meno umano del gruppo. Ho sempre pensato che questo sia un grande vanto per Brent e per gli autori.

Perciò la risposta breve alla domanda è che sì, entrambi i punti di vantaggio che hai sottolineato sono esattamente il motivo per cui mi è andata bene e ho proseguito. C'era un perfetto allineamento astrale. Tutte le stelle sembravano allineate. Patrick è stato davvero collaborativo, avevo dei bravi attori ospiti, avevo un ottimo rapporto coi dipartimenti tecnici: luci, attrezzi… mi ricordo che Bob Sordal, il capo attrezzista dell'epoca, che stava per andare in pensione, mi disse: "Sai Frakes, basta che me lo chiedi e ti costruisco tutto quello che vuoi. Tutto."


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Sicuramente non le è mancata la buona volontà.

Si, credo di si. Non penso di aver tenuto un atteggiamento arrogante ma di certo mi sentivo preparato. Sono sicuro di aver preso la decisione giusta nell'inseguire la regia; anzi, direi che è stata una delle decisioni migliori che abbia mai preso in vita mia, perché mi ha permesso di cambiare mestiere. Mi piace di più e sono più bravo a dirigere che a recitare.


Dopo quello, lei ha diretto altri sette episodi di TNG. Quand'è che si è finalmente sentito a suo agio sul set da regista, come lo era da attore?

Fin dall'inizio.


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Davvero?

Sì sì. E mi è toccato ancora una volta di dirigere storie interessanti. Successione, con protagonisti Worf e suo figlio. Giustizia sommaria, con Jean Simmons che era lì in quanto Trekkie della prima ora. Circolo chiuso… quando Braga mi ha dato il copione ho pensato che mi stesse prendendo per il c***, visto che in ogni atto succedeva sempre la stessa cosa. Alla fine si è rivelata una vera prova di regia, una sfida, un rompicapo. Insomma, mi è piaciuto molto. Ho diretto anche Segreto di famiglia, un episodio stranissimo, quasi fuori canon, con Gates e Duncan Regehr nella parte di Ronin, a lume di candela col fantasma. Però ho fatto un errore madornale con l'episodio Giustizia sommaria. Se vuoi te lo racconto.


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Ma certo.

Michael Dorn aveva da fare qualcosa da qualche parte, così mi ha sussurrato nell'orecchio: "C'è modo di tagliarmi fuori da questa scena?" e io gli ho risposto: "Certo." perché pensavo di riuscire a girare comunque tutte le inquadrature che mi servivano.

Questa è una regola non scritta: Nessuno, presente in una scena, deve lasciarla prima di passare alla scena successiva. Mai. Anche se il personaggio si trova dall'altra parte della stanza e non è inquadrato, non deve lasciare la scena per nessun motivo finché non è stata ultimata. Ma io naturalmente ho pensato: "Che problema c'è? Giro in anticipo le scene di Dorn e sono a posto." Il problema è che non puoi richiamare un attore all'improvviso e dirgli "torna qui", specialmente se ha un guscio di tartaruga in testa che richiede più di due ore in sala trucco.

Dorn se n'era andato da un pezzo e mi serviva un'inquadratura dove lui si vedesse in piedi più chiaramente, anche in faccia. Così andai dall'intelligentissimo, talentuoso Marvin Rush - che oggi lavora a The Orville - e gli ho spiegato la situazione. Gli ho detto: "Ho rovinato tutto. Ho fatto andare via Dorn." Ma lui mi fa: "OK, ci penso io." così abbiamo escogitato qualcosa e siamo riusciti ad avere le inquadrature che ci mancavano. Credo ci fosse anche Jean, in realtà. La Simmons stava parlando e siamo riusciti a spostare la camera in modo che si vedesse qualcuno con indosso il costume di Dorn per poi passare ad inquadrare il personaggio successivo. Poi abbiamo eseguito la manovra al contrario dando l'impressione che anche Dorn fosse lì, senza mai dover mostrare la sua faccia.

Marvin Rush mi ha letteralmente salvato e da quel giorno non ho mai più concesso ad un attore di lasciare la scena prima del tempo.


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Oltre che in TNG lei ha lavorato come regista in Deep Space Nine, Voyager, Primo Contatto, L'Insurrezione e ora anche in Discovery, per non parlare di tutte le altre produzioni estranee a Star Trek nelle quali ha fatto carriera. Quanto si sente riconoscente nei confronti di Rick Berman e TNG per averla avviata su questa strada?

Rick ha cambiato le nostre vite in meglio, quando abbiamo iniziato a recitare in The Next Generation. Ha cambiato in modo particolare la mia vita, permettendomi di avvicinarmi alla regia, incoraggiandomi e sostenendomi in questo percorso. Quando mi ha scelto per girare Primo contatto, abbiamo davvero fatto gioco di squadra. In televisione, lui era nella stanza degli autori ed io sul set. Ma quando abbiamo fatto Primo contatto e L'insurrezione è stato un bellissimo momento creativo per entrambi, perché abbiamo una sensibilità e anche un senso dell'umorismo simile; ci piace anche lo stesso tipo di musica. Parlo con lui ogni volta che lo vedo e certe volte, quando ho la testa da un'altra parte, gli mando un messaggio per ringraziarlo. Se non fosse stato per lui, io e te oggi non avremmo avuto questa conversazione.


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Fonte: StarTrek.Com




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