[INTERVISTA] A scuola di regia "Trek" con Robert Picardo |   TG TREK - Star Trek News Italia  

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martedì 21 agosto 2018

[INTERVISTA] A scuola di regia "Trek" con Robert Picardo

Intervista, Robert Picardo, Voy, Voyager, TG TREK Star Trek News Novità Notizie

I fan di Star Trek: Voyager - parlando di attori della serie che si sono dati alla regia -  comprensibilmente pensano subito a Robert Duncan McNeill e Roxann Dawson, che sono ormai registi molto stimati ad Hollywood. Tuttavia non bisogna dimenticare che anche Robert Picardo ha urlato "Azione!" in un paio di occasioni, quando ha diretto gli episodi Un amore impossibile e Un piccolo passo.

Come i suoi predecessori, anche Picardo ha dovuto prima di tutto seguire il corso di regia promosso sul campo dal produttore Rick Berman, ed il sito ufficiale StarTrek.com ha deciso di domandargli come ha vissuto quell'esperienza e come mai ha deciso di non continuare su quella strada, una volta conclusasi Star Trek: Voyager.

Ecco cosa ha risposto.


Quando ha capito che le sarebbe piaciuto girare un episodio di Voyager?

Penso di essere già arrivato sul set con quell'idea in testa. Avevo già studiato da regista sui set di China Beach, la serie nella quale recitavo prima di essere scritturato in Voyager. China Beach ebbe una stagione finale più corta del normale; io seguii tutto l'apprendistato insieme ad un paio di registi ma non ci fu mai l'occasione per mettermi alla prova. Per questo, l'idea mi frullava già in testa quando sono stato ingaggiato per Voyager. Certamente non sono stato il primo attore del cast a chiederlo. Forse il primo è stato Robbie [Duncan McNeill]. In lista c'eravamo Robbie, Roxann [Dawson] ed io: vedevamo il girato di giornata, ci sedevamo con i montatori, osservavamo i vari registi all'opera… insomma, abbiamo iniziato a frequentare questo corso informale di regia gentilmente offerto da Rick Berman a tutti gli attori che si mostravano interessati. C'era anche Tim [Russ].


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Cos'ha imparato osservando il lavoro dei montatori?

Avevamo molti montatori, tutti molto disponibili. Era un piacere stare in loro compagnia e sono stati di grande aiuto, ad esempio quando ti spiegavano meglio quelle inquadrature o quelle scelte particolari del regista, difficili da afferrare; oppure ti spiegavano perché preferivano una ripresa piuttosto che un'altra. Stando in sala montaggio, si imparano molte cose perché vedi davanti ai tuoi occhi ogni singola scelta operata sul set dal regista: vedi come ha composto la scena, le inquadrature che ha scelto per visualizzarla. In pratica, vedi pezzo per pezzo i mattoni che costituiscono lo show.


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Quali registi ha seguito, in particolare?

Perlopiù, i nostri registi abituali erano molto disponibili e gli andava bene essere osservati così da vicino da noi attori. Capitava che un attore di Star Trek avesse la precedenza nel dirigere un episodio, rispetto ad uno dei nostri registi, ma si sono dimostrati sempre molto gentili e andavano d'accordo con noi, sia come attori che come persone. Sarebbe stato tutto più difficile se non fossero stati così disponibili nei nostri confronti. Rick Kolbe era il più felice quando si osservava il suo lavoro. Aveva uno stile molto particolare, gli piaceva fare dei primi piani con la lente lunga, dando alla plancia un aspetto caratteristico molto bello. Era una tecnica che rendeva la vita difficile all'assistente operatore, insieme ad altre complicazioni, ma il risultato era immediato ed emozionante. Anche Les Landau è stato gentilissimo e molto collaborativo.


Qual è stato, per lei, l'aspetto più difficile nell'approcciarsi alla regia?

Francamente, il motivo per cui non ho proseguito con questa carriera è che - per quanto suoni strano - non mi piace essere l'uomo al comando. Adoro fare l'attore ed infatti ho scelto di fare quello nella vita. Ho imparato moltissimo studiando da regista ed ho imparato molto anche dagli attori, dovendo osservarli con un occhio più attento. Mi considero un attore a prova di regista. Non discuto mai con i registi, perché penso che per fare bene il mio lavoro debba contare solo su me stesso. Perciò, se il regista mi dice "Fai questo" o "Fai quello", non obietto mai. E' come avere un traduttore universale nella testa che mi fa comunicare con i registi: se mi danno un'indicazione che non capisco, dico: "Grazie mille, è un buon consiglio." E tento di aggiustare l'interpretazione secondo ciò che penso di aver capito. Se proprio non sono d'accordo col regista, dico: "Grazie. Ottimo. Molto utile." e faccio semplicemente come mi pare. Basta essere gentili con i registi, e la maggior parte di loro crederà che li stai a sentire. Non è un mistero, ogni attore sa che è così.


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Quello che non mi piace della regia è che devi rispondere a 150 domande ogni ora, da parte di ogni singolo dipartimento della produzione. Il costumista vuole sapere una cosa, lo scenografo un'altra. Ti chiedono cose anche per il giorno dopo o ti fanno domande su set che non hai ancora materialmente visto, perché non erano ancora pronti quando è cominciata la pre-produzione. Alcune persone impazziscono per questo aspetto della professione ma, da attore, a me piacciono le pause in cui posso riflettere tranquillamente sulla scena in cui sarò il giorno dopo o alle mie cose. Da regista, il cervello lavora in continuazione 15-16 ore al giorno. Se avessi cominciato a dirigere da giovane, ai tempi di China Beach quando ero sulla trentina, probabilmente avrei proseguito quella carriera ma avendo iniziato la trafila sulla quarantina con Star Trek, ho pensato: "Non so se riuscirò mai a rilassarmi e a farmelo piacere." Ho provato a me stesso che sono capace, ma alla fine mi sono detto: "Cos'è che mi rende più felice?" e la risposta per me è la recitazione.


Il primo episodio di Voyager che ha diretto è stato 'Un amore impossibile'. Cosa ricorda di quell'esperienza?

Ero molto soddisfatto del lavoro di Tim [Russ] e di Garrett [Wang], come di quello della nostra guest star Sandra Nelson [Marayna], che è stata fantastica. Emanava una certa fragilità, ricordo che aveva degli occhi bellissimi. Ricordo anche il suo provino, dov'era andata benissimo. E' stato bello lavorare con lei. Mi ricordo che ho diretto una scena o due in cui recitavo anch'io, con due ragazze nel villaggio hawaiano; non volevo soffermarmici troppo perché temevo di trasformare tutta quella parte sul ponte ologrammi in una puntata di Love Boat. Però pare che la gente abbia apprezzato quei momenti ed il resto dell'episodio, in buona misura. Era piuttosto grazioso ma a me il secondo è piaciuto di più.


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Si riferisce ad 'Un piccolo passo'. Come mai lo preferisce ?

Quando dirigi una serie, specialmente se sei anche un membro del cast, ti assegnano una storia e tu cerchi di raccontarla al meglio delle tue possibilità. Nei due episodi di Voyager che ho diretto sono passato da un estremo all'altro di questa esperienza: ho cominciato con un episodio che - per varie ragioni, se escludiamo la scena con le due bellezze hawaiane in bikini - non è stato molto divertente da girare, ed ho terminato con Un piccolo passo, che invece ha un arco narrativo molto emozionale. Ero eccitatissimo all'idea di raccontare quella storia. Il nostro direttore della fotografia, Marvin Rush, era un valore aggiunto per ogni regista ed è riuscito a ricreare perfettamente l'illusione dell'assenza di gravità: gli venne questa idea di mettere qualcuno sul dolly - il carrello della macchina da presa - tagliare il dolly dall'inquadratura e riprendere la parte superiore del corpo dell'attore, in modo da dare l'idea che stesse fluttuando. Riuscire a rappresentare in modo credibile l'assenza di gravità, rispettando il budget e le tempistiche molto strette, non è un compito facile.


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Comunque, per certi versi 'Un piccolo passo' ha fatto storia: è stato l'unico episodio di Voyager ad aver reso veramente omaggio alla NASA ed agli albori dell'esplorazione spaziale. Star Trek si svolge in un futuro talmente lontano che raramente si trovano riferimenti agli anni '60 ed ai progressi reali delle agenzie spaziali. Con 'Un piccolo passo' abbiamo sottolineato che camminiamo sulle spalle dei giganti e tutta la strada che abbiamo fatto. Se non ricordo male, la storia parlava di una missione su Marte. Inoltre avevamo un attore ospite davvero formidabile, Phil Morris. Sono cresciuto guardando suo padre in Mission: Impossible. Phil è un fenomeno, una persona splendida. Non potrebbe lavorare più sodo di così ed è un attore che prende molto seriamente il suo lavoro. Oltretutto era in splendida forma fisica e questo ha aiutato moltissimo a simulare l'assenza di gravità nelle sue scene. Anche Jeri Ryan recitava un'ottima parte in quell'episodio, con dei momenti molto toccanti che erano un piacere a vedersi, considerando che il suo personaggio di solito esprime una gamma emotiva molto limitata.


Sono anni che non dirige più, però si dice che abbia un progetto in arrivo…

E' vero. Sto sviluppando una sceneggiatura horror insieme ad un amico, che mi ha chiesto di dirigere. Vorrei assolutamente partecipare come attore ma, una volta messa a punto la sceneggiatura, deciderò se sarò anche la persona più adatta a raccontarla come regista. Potrebbe essere divertente tornare dietro la macchina da presa, sapendo che si tratta di uno sfizio per un film a basso budget.


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Per approfondire, leggi gli altri articoli sulla scuola di regia "Trek" di Rick Berman e gli attori che l'hanno frequentata!



Fonte: StarTrek.Com


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